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martedì 22 marzo 2011

Anche in Armenia si teme per il rischio nucleare

Centrali nucleari e rischi di catastrofe: ieri Chernobyl, oggi Fukushima…e domani? La risposta – piuttosto preoccupante – all’interrogativo potrebbe esser suggerita dal seguente articolo, estratto da greenreport.it.

Un’esposizione che fa meditare sui rischi inutili cui si espone troppo spesso l’uomo, vincolato nelle sue azioni da interessi economici e geo-politici che a volte, spesso, non collimano con le condizioni dell’ambiente, con le forze di madre natura. Che quando viene sfidata, reagisce. Spesso in maniera apocalittica.

Di seguito ecco alcuni estratti del post.


Nel Caucaso la tragedia nucleare di Fukushima ha riportato alla luce il fantasma nucleare dimenticato di Metsamor (Oktemberyan o Medzamor) e si intreccia con antiche e sanguinose rivalità etniche e geopolitiche che dividono una delle aree più sismiche del pianeta. […]


La prima e per ora unica centrale nucleare armena (400 MW ) è stata costruita nel 1976 a 30 km da Erevan, in una zona sismica. Progettata dai sovietici per restare in vita fino al 2001, dopo 10 anni dal termine della sua vita ufficiale, resterà in servizio fino al 2017 perché fornisce il 40% (i turchi e gli azeri dicono l'80%) dell'elettricità dell'Armenia. L'impianto è gestito dal 2003 dalla società russa Inter Rao Ues, come parte di un accordo per pagare il debito estero dell'Armenia. Anche un esperto di nucleare azero, Adil Garibov, attacca gli armeni e i russi : «La centrale costituisce una minaccia per tutta la regione ed i Paesi interessati devono chiederne la chiusura con una voce sola».


Nonostante i sentimenti antiarmeni è difficile dare torto a turchi ed azeri, anche per gli esperti. Metsamor, basata sulla tecnologia nucleare di prima generazione, situata in una zona sismicamente attivissima, rappresenta una grande minaccia per l'Armenia e i paesi vicini. Dopo il devastante terremoto che ha colpito l'Armenia nel 1988, che fece 50 mila morti, il governo sovietico di Erevan decise di chiudere Metsamor ma poi la crisi economica e la carenza di energia hanno costretto l'Armenia indipendente (e in guerra con l'Azerbaigian petrolifero) a riavviare la centrale 1993. Anche Hakob Sanasaryan, di Green union of Armenia, dice fin dal 2003 che Metsamor non rispetta i nuclear safety standards internazionali, visto che non ha un "guscio" di contenimento protettivo»


«Le esplosioni avvenute nelle centrali nucleari in Giappone, dovrebbero servire da lezione a tutti, e la comunità mondiale deve riflettere su quali conseguenze potrebbero derivare in Armenia da un terremoto di magnitudo di almeno 7 punti». Queste le parole di Sinan Oran, direttore del Centro turco per le relazioni internazionali e l'analisi strategica (Turksam) e presidente del Società della comunità turco-azera. «In Giappone – prosegue il responsabile di Ankara - una centrale nucleare viene costruita sulla base di tecnologia nucleare di terza generazione, mentre la centrale nucleare di Metsamor è stata costruita secondo la tecnologia nucleare di prima generazione, e questo aggiunge un particolare pericolo per la regione. Considerato il fatto che l'Armenia è uno Stato non democratico, la popolazione del Paese non può protestare contro il funzionamento di questo impianto».


Tűrksam dice di aver fatto delle ricerche nella regione di confine con l'Armenia, nelle province di Igdir, Kars e Ardahan e nel sud-est dell'Anatolia, che evidenziano la presenza di vaste aree di erba secca, malattie negli animali e negli uomini, una forte incidenza (in crescita) di cancro e di bambini malformati alla nascita o nati morti e di morti infantili. «Un incidente nella centrale di Metsamor avrebbe anche gravi conseguenze su chi vive in Azerbaijan, Iran, Nakhichevan, e Georgia, nonché sulla migrazione della popolazione che potrebbe essere un disastro per il popolo armeno».


La centrale di Metsamor potrebbe subire in ogni momento un terremoto come quello del 1988 che ne provocò la temporanea e prolungata chiusura. Con un terremoto di magnitudo 9 come quello del Giappone, la centrale di Metsamor, che sorge su una linea di faglia, verrebbe completamente rasa al suolo. I turchi, gli azeri e i georgiani temono una nuove e ancora più incontrollabile Chernobyl alle porte di casa. […] Nel 1999 l'Armenia e l'Ue firmarono un accordo per la chiusura entro il 2004 della centrale e che l'Armenia del 2001 al 2004 lavorò insieme al Consiglio d'Europa per chiudere l'impianto e che nel 2007 accettarono un accordo con Usa ed Ue per la chiusura della centrale. Il 29 novembre 2007 il governo armeno approvò un piano per chiudere la centrale nucleare, ma senza nessuna data specifica. Secondo il ministro dell'energia la chiusura potrebbe costare fino a 280 milioni di dollari. […]


Gli armeni dicono che non possono chiudere la centrale di Metsamor se non terminerà l'embargo energetico, se non arriverà in Armenia il gasdotto dall'Iran e se Azerbaigian e Turchia non apriranno i loro confini. I turchi definiscono questa posizione «Un elemento di ricatto con l'Armenia che su Metsamor presenta condizioni non hanno nulla a che fare con la centrale».


lunedì 24 gennaio 2011

L'aeroporto si colora di sangue, nuova strage dei terroristi a Mosca


Ancora una volta sono qui per raccontare un bollettino di morte. Questa volta, però, le proporzioni sono da vera e propria strage, in quella città, Mosca, che sembrava aver trovato pace dopo lo shock delle esplosioni kamikaze accadute in metropolitana, nel marzo dello scorso anno. Una calma invece solo apparente, interrotta in un giorno gelido di gennaio da un violento boato, che ha provocato non meno di 35 morti e 140 feriti. Un bilancio destinato, tuttavia, ad essere aggiornato.


I terroristi islamici – ceceni, forse del Daghestan, forse arabi, forse anche appoggiati dalla rete di Al Qaeda – hanno deciso di puntare dritto ad un altro punto vitale della capitale, l’aeroporto Domodedovo, il più trafficato tra gli scali dell’area, dunque bersaglio appetibile per i disegni assassini dei fanatici del Caucaso. Decisi a vendicare le torture, le morti e le sparizioni che quotidianamente, e nel più bieco silenzio, colpiscono i familiari, i cosiddetti “ribelli”. Così li catalogano le teste di cuoio russe, braccio armato di un governo che per reagire alle disobbedienze del volgo ha scelto la strada della repressione, abusando molte volte del proprio potere. Molte volte in sfregio, purtroppo, dei diritti umani fondamentali.

Ma c’è, forse, molto probabilmente, anche dell’altro. C’è una propaganda filo-islamista, un fondamentalismo che sospinto dai venti del Medio Oriente non fa fatica ad attecchire sulle menti di popolazioni povere, senza futuro, e avverse storicamente all’occupante russo.

L’estremismo religioso si mescola con le richieste indipendentiste, soffiato dalle autorità religiose che invitano a rinverdire i fasti dell’Emirato del Caucaso. Un ipotesi di ritorno al passato piuttosto velleitaria, sospinta da interpretazioni storiche discutibili e tendenziose. Un messaggio “revanchista” tuttavia sufficiente per raccogliere entusiasmi e reclutare centinaia di aspiranti suicidi, decisi a sacrificar la loro vita pur di liberare le genti di queste tumultuose montagne dall’invasore. La madre Russia, dal canto suo, non ha intenzione di mollare la presa: l’impressione è che dopo la strage le maglie del controllo si stringeranno ulteriormente, il che non farebbe che complicare gli equilibri nello scacchiere caucasico.

Cl.Ri.

giovedì 16 dicembre 2010

Preoccupante avanza l'odio tra le etnie

Violenza, tensione, esasperazione. Il mese di dicembre conferma il trend in vigore dall'inizio dell'anno, con un Caucaso afflitto dalle logiche del terrore, e un governo centrale che nonostante le rassicurazioni di facciata mostra evidenti difficoltà nello spegnere i focolai di resistenza. Le agenzie continuano a registrare omicidi e spedizioni punitive, scene di guerra civile, rappresaglie militari del Cremlino: ma non finisce qui, c'è infatti da considerare, sempre più forte, e sempre più preoccupante, l'elemento xenofobo. I caucasici musulmani e jihaidisti contro l'occupante russo, i russi contro gli immigrati di origine caucasica che "infestano" la capitale Mosca e le altre grandi città al di qua degli Urali.


Uno scenario preoccupante, dilagante, poco controllabile. Basti prendere in considerazione la reazione suscitata dai nazionalisti in risposta all'uccisione di un tifoso, russo, da parte di un caucasico. Scene e numeri da gueriglia urbana che non lasciano ben sperare, fanno solo temere un escalation negativa per il futuro. Una domanda sorge spontanea: tra quanti giorni dovremo registrare un nuovo, cruento episodio?

Di seguito ecco una rassegna dei principali lanci d'agenzia degli ultimi giorni.



16 DICEMBRE - ASIANEWS – Da quattro giorni Mosca vive un’escalation di violenza che vede protagonisti gli ultranazionalisti e xenofobi legati al tifo calcistico e gruppi organizzati di immigrati dal Caucaso. Ieri, in una maxiretata della polizia in occasione di una manifestazione annunciata dai tifosi, sono state arrestate circa 1300 persone, la maggior parte delle quali immigrati con cui gli estremisti avevano già iniziato a scontrarsi.

Il capo della polizia cittadina, Viktor Biryukov, ha fatto sapere che i suoi agenti hanno sequestrato coltelli, bastoni e altre armi da trauma. Intorno alla stazione di Kiev in cui si era radunata la manifestazione xenofoba e gli immigrati impegnati nella contro protesta, si sono concentrati oltre 3mila agenti in assetto antisommossa. “Caucasici a casa” e “La Russia per i russi” erano alcuni degli slogan esposti e urlati dai manifestanti.

A innescare la violenza è stata la morte di un tifoso dello Spartak, in una rissa con un caucasico, lo scorso 11 dicembre. Subito dopo l’uccisione del giovane tifoso sono iniziate a circolare in rete e sui media voci e segnalazioni per l’arrivo nella capitale di gruppi di caucasici pronti a rispondere alle provocazioni degli hooligan dello Spartak. Che a loro volta erano già scesi in strada urlando cori razzisti. La reazione dei “compagni” del ragazzo ucciso è stata infatti di stampo nazionalista, con una prima e violenta manifestazione sfociata nel fine settimana in una vera e propria guerriglia urbana sotto le mura del Cremlino e terminata con un bilancio di oltre 30 feriti e una settantina di “fermi”. Da allora Mosca vive praticamente uno stato di assedio, col centro chiuso e pattugliato da polizia in tenuta antisommossa, pronta a intervenire in caso di nuovi episodi.

L'allarme xenofobo ha registrato, il 13 dicembre, anche aggressioni da parte di bande di giovani nei confronti di immigrati caucasici e la morte, per accoltellamento, di un daghestano che era stato prima brutalmente picchiato.

Il livello di allerta ha portato alla mobilitazione anche gli esponenti della comunità religiose. Il capo del consiglio dei mufti Ravil Gainutdin ha messo in guardia sul rischio di una deriva “anti-caucasica e anti-islamica della società russa”. “La Russia non diventi un’arena di una strage tra le etnie”. E ha invitato “la gioventù, prima di tutte quella mussulmana, a non rispondere alle provocazioni. Non uscite da casa” è stato il suo appello.

Anche la Chiesa russo-ortodssa ha preso posizione sulla “situazione preoccupate” dei rapporti interetnici. Il capo del Dipartimento per i rapporti tra Chiesa e società del Patriarcato di Mosca, l’arciprete Vsevolod Chaplin, ha chiesto alle autorità di espatriare gli immigrati responsabili e alla popolazione locale ha chiesto di dialogare sulla base di comune regole di compritamento.



16 DICEMBRE – APCOM - Un commando di killer ha ucciso ieri sera a Nachik il muftì islamico della repubblica di Kabardino-Balkaria, Anas Pshikhachev. Un assassinio che gli inquirenti hanno immediatamente attribuito ad ambienti radicali islamici e che arriva sullo sfondo di tensioni senza precedenti, a Mosca, tra immigrati di origine caucasica e nazionalisti. Il leader religioso, a capo della Commissione islamica della repubblica russa nel Caucaso settentrionale, aveva espresso critiche nei confronti dell'Islam più radicale, ricordate oggi anche dal presidente russo Dmitri Medvedev. Lo scrive l'agenzia di stampa Interfax.

L'assassinio è avvenuto a Nalchik, il capoluogo della Balkaria, nella serata di ieri. Due uomini hanno chiesto al presidente della Commissione islamica di venire fuori dalla sua casa, secondo quanto ha riferito il Comitato investigativo, e hanno sparato almeno quattro colpi di pistola. Il religioso quarantasettenne è rimasto ferito, per poi morire a causa delle ferite riportate.

Il presidente russo Dmitri Medvedev ha definito il muftì "una prominente figura religiosa di autorità indubitabile che s'è apertamente opposta all'estremismo", secondo quanto ha riferito la portavoce del Cremlino Natalya Timakova. "Continueremo - ha aggiunto Medvedev - a sostenere i musulmani in Kabardino-Balkaria e io sono certo che gli assassini verranno puniti".



6 DICEMBRE - ANSA - Otto persone, tra cui un bambino di 9 anni, sono rimaste uccise in un'operazione anti terrorismo nella provincia del Daghestan, vicino a Chechnya. Lo rende noto un portavoce del ministero degli Interni della repubblica del Caucaso del nord. Nel blitz sono rimasti uccisi sei sospetti militanti islamici e uno dei poliziotti impegnati nell'operazione mentre il bambino e' stato colpito accidentalmente da una pallottola nel corso dello scontro a fuoco. Ferito anche un pompiere.


Cl. Ri.

martedì 5 ottobre 2010

Il sacrificio dell'Ossezia del Sud, nel nome degli equilibri internazionali


Il pesce piccolo conta sempre troppo poco, e finisce puntualmente per essere fagocitato dalle mire di chi detta le regole: poco importa se di mezzo ci va il sangue di persone innocenti, il presente e il futuro di famiglie che vengono private dell'opportunità di costruirsi una vita libera da tensioni, dolore e privazioni.

Questa è la vicenda che nell'ultimo ventennio ha vissuto l'Ossezia del Sud, piccola repubblica appartenente a quello che fu il Caucaso sovietico, oggi riconosciuta dalla Russia ma non dagli antichi padroni della Georgia, pronti a rivendicare il possesso di questa area montagnoso con le bombe, la morte e la distruzione. Il tutto nell'indifferenza, quasi con il beneplacito della comunità internazionale, interessata più alle questioni di ordine geopolitico che a tutto il resto.


Un punto di vista a mio giudizio interessante emerge dall'articolo di seguito proposto, a firma di Giulietto Chiesa, e pubblicato sulla rivista Le Voci delle Voci


Tzkhinval, cos’era?, o cos’è? Se uscite di casa e, una volta superate le asperità della pronuncia, chiedete ai primi dieci passanti se hanno un’idea a proposito di questa parola, nessuno saprà rispondere.

La risposta è: la capitale dell’Ossetia del Sud. Resta da chiarire dov’è e cos’è questo paese. Si trova sul versante sud del Caucaso ed era, fino a 20 anni fa, nei confini della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia.

Il 20 settembre l’Ossetia del Sud ha celebrato i suoi 20 anni di indipendenza dalla Georgia. Ma c’è un problema: la Georgia non ha mai accettato la loro indipendenza e, in tutto il secolo XX, ha ripetutamente cercato di schiacciare gli osseti, sia cacciandoli da quella terra, sia assoggettandoli, sia - quando non gli è riuscita nè l’una nè l’altra cosa - sterminandoli.

Il perché è complicato da spiegare e da raccontare in poche righe, ma forse basta elencare alcune specificità.

La prima è che gli osseti non sono mai stati “georgiani”.

La seconda è che parlano una lingua che non ha nessuna parentela con il georgiano (ed è questa una discreta prova che provengono da un’altra storia, alla quale non vogliono rinunciare, avendone pieno diritto).


La terza è che sono stati divisi in due parti, gli osseti, da una storia crudele e più forte di loro: la parte più grande è rimasta dentro i confini della attuale Federazione Russa, è una repubblica autonoma, con capitale Vladikavkaz, e sta a nord della imponente catena montuosa del Caucaso. La parte più piccola è invece a sud del Caucaso, con una popolazione di circa 70 mila persone, esseri viventi all’incirca uguali a noi (anche se facciamo finta di non saperlo). Fino a che i due pezzi fecero parte di un unico Stato, l’Unione Sovietica, la divisione fu meno dolorosa e i piccoli “sudisti” si sentirono relativamente protetti dal Grande Fratello ortodosso. I guai riesplosero con la fine dell’Urss.
Chiesero, ma non ottennero, la autonomia da una Georgia che si dichiarava ora “democratica”, cioè non più socialista, ma che si proponeva ancora una volta di liquidarli. Subirono tre massacri, l’ultimo dei quali nella “guerra dei tre giorni” scatenata contro di loro la notte tra il 7 e l’8 agosto del 2008 dal “democratico” presidente della Georgia, con l’aiuto dell’allora presidente, anche lui molto democratico, dell’Ucraina.


La Russia di Medvedev e Putin, che molto democratici (secondo i nostri metri) non sono, intervenne in forze e, sconfitta la Georgia, riconobbe la Repubblica dell’Ossetia del Sud come sovrana e indipendente e mise la sue armata a presidio di un tale riconoscimento. Che, allo stato dei fatti elenca solo quattro paesi: Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru (chi vuole saperne di più vada a vedere dalle parti della Nuova Zelanda).

Ma non ha molta importanza, perchè nessuno è ora in condizione di cambiare il mazzo di carte.

Il problema è che Europa e Usa, e con loro tutto l’Occidente, non riconoscono l’esistenza dell’Ossetia del Sud, nè quella, parallela e contemporanea, dell’Abkhazia, altra regione che non ne vuole più sapere della Georgia. Entrambi pezzi non dell’ambizione russa, ma della stupidità sesquipedale dei leader georgiani. Perché?
Ufficialmente per il principio della intangibilità delle frontiere, sancito dalle Nazioni Unite. In realtà perché gli Usa vogliono includere la Georgia nella Nato, estendendo a sud l’accerchiamento della Russia, che perseguono dal momento della caduta dell’Urss.
L’Europa, come al solito, segue fedelmente. Gli altri, variamente ricattati, fanno altrettanto. Eppure c’è un altro principio che sarebbe utile non dimenticare, anche quando la Realpolitik impone di seguire il dettato dell’Impero: quello dell’autodeterminazione dei popoli.

Chi non ha la memoria troppo corta si ricorderà che fu proprio questo principio che venne invocato, pochi mesi prima della guerra contro l’Ossetia del Sud, da tutti i paesi occidentali che avevano una gran fretta di riconoscere la indipendenza del Kosovo dalla Serbia.

Ora a me pare - cosa che proposi ripetutamente mentre ero parlamentare europeo - che sarebbe sufficiente mandare una delegazione di parlamentari a Tzkhinval, e lasciarcela per una settimana, libera di gironzolare per il paese e di parlare con i passanti. Capirebbero in un baleno che nessuno, proprio nessuno, vuole tornare sotto il governo di Tbilisi. E chiunque al loro posto farebbe altrettanto, perché è difficile amare chi ti ammazza. Se questa visita fosse stata fatta prima, per esempio nella primavera del 2008, quasi mille civili di Tzkhinval, non meno di 400 soldati georgiani, circa 90 soldati russi, un numero imprecisato di giovani combattenti osseti, sarebbero ancora vivi.

Perché ho raccontato questa storia nin questa rubrica? Perché considero assai miserabile la “distrazione” europea, quella dei nostri media e dei nostri politici, di destra e di sinistra. Portano tutti una quota di responsabilità non solo per il massacro, ma anche per il protrarsi di una ingiustizia inaccettabile. Credono di essere realisti, in realtà sono cinici.

Non solo per Tzkhinval (che è solo apparentemente molto lontano da noi), ma per tutto ciò che concerne la nostra vita.
E ai movimenti che si battono per un mondo migliore in casa nostra vorrei chiedere: ma come potete sperare di ottenere qualche cosa, non importa in quale campo, se tollerate in silenzio che un piccolo popolo, per esempio, subisca la violenza del più forte?

Per visualizzare un'interessante galleria fotografica sulla guerra di Ossezia del 2008, clicca qui.

Cl.Ri.

martedì 21 settembre 2010

Chiuso il Ramadan, Mosca accende una luce di speranza


Segnalo un interessante articolo scovato nei meandri del web. Una testimonianza che va in controtendenza con gli episodi di violenza e intolleranza nel Caucaso. A Mosca i musulmani - di origine caucasica, tatara o extra-russa - hanno celebrato in maniera pacifica e silenziosa la chiusura del Ramadan, in un clima di rispetto totale da parte degli altri cittadini. Che possa considerarsi un segnale di speranza?



Fonte: http://www.lettera22.it/

Autore: Lucia Sgueglia


RAMADAN A MOSCA, UNA SORPRESA

MOSCA – 55mila schiene che si protendono al suolo all’unisono, in segno di preghiera e ringraziamento ad Allah, a mezzogiorno in punto, in pieno centro, tra il vecchio stadio Olimpico, il 5 stelle Renaissance e la Prospettiva della Pace, occupando ogni centimetro di strade e vicoli circostanti la moschea centrale, Zafar. Intorno la polizia blocca il traffico, ingorghi interminabili, tra truppe antisommossa, cani anti-esplosivo e metal detector, chiuso il metrò. Altro che Viale Jenner. Così appariva Mosca venerdi scorso per Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, il termine del mese di digiuno. Una folla pia e pacifica, quasi tutti uomini: dal Caucaso russo, i venditori di frutta dell’Azerbaijan, i gasterbeiter dell’Asia Centrale ex sovietica, gli studenti stranieri di fede islamica iscritti in una delle università cittadine, i colletti bianchi tatari. È l’islam alla russa, versione odierna. Di solito discreto, silenzioso, invisibile. Ma d’improvviso i moscoviti han ricordato che la loro città ospita la più grande comunità musulmana d’Europa, una presenza abitualmente rimossa dall'identità cittadina: 2 milioni su 12 milioni di abitanti, 20 milioni in tutta la Federazione. Sempre più a corto di spazio.


E quella folla oggi a Mosca fa discutere e preoccupare: “Spaventoso” commenta una ragazza su Facebook, “Ma è davvero Mosca?”; “Moskvabad” ironizza un blogger ripreso dalla popolare radio Echo. E fa protestare: all’estrema periferia della capitale russa, quartiere operaio di Tekstilshchiki, Viale Volga: là dove oggi sorge l’unico parco della zona, c’è il progetto di costruire una nuova moschea. 4mila metri quadri, madrassa inclusa. Era ora: Mosca ne ha solo 4, di piccole dimensioni. Da anni il sindaco Luzhkov si rifiuta di accogliere le suppliche dei mufti. Che però all’indomani della strage del metro di Mosca a marzo, opera di due kamikaze che ha fatto 40 morti, hanno avvertito: i niet delle autorità rischiano di far proliferare luoghi di culto non ufficiali, e credo non ortodossi. A Tekstilishchki sabato son scesi in piazza in 700: preoccupati che il traffico già infernale peggiori, di non poter portare a spasso i propri cani, con una petizione hanno raccolto un migliaio di firme contro la moschea. Ricordano che la circoscrizione gli ha negato il permesso di costruire una chiesa ortodossa. Ma il Patriarcato ne progetta 509 nei prossimi anni a Mosca, nonostante quelle già esistenti restino spesso vuote durante la settimana. Bizzarro che ancora una volta a portare i russi in piazza non sia l’opposizione al governo, ma questioni "di quartiere". Tra l'altro, accanto alla moschea di Zafar durante il Ramadan era stato allestito un "tendone della fratellanza" per accogliere anche i moscoviti non musulmani e fargli conoscere le tradizioni della festa, ghiottonerie incluse, con l'appoggio del Comune: un'importante gesto di pr da parte dei mufti, tuttavia ignorato completamente dai media e dai cittadini.

Impreparati e sorpresi all’evento i moscoviti, non così le autorità, in allerta seria dagli attentati del metrò, e che oggi si ritrovano un Caucaso di nuovo ribollente. Mentre il ministro degli interni Nurgaliev ricorda che da gennaio i crimini legati al terrorismo in Russia sono stati 500. Ma Cremlino e Casa Bianca ci vanno cauti a soffiare sul fuoco delle tensioni interreligiose: la Russia è un paese multietnico e multireligioso per Costituzione, da secoli convive con l’islam, oggi seconda religione del paese per numero di devoti, le sue guide spirituali sono tradizionalmente leali al Potere, soprattutto in Tatarstan, la Kazan madre dei tatari, la seconda etnia del paese dopo i russo-slavi-ortodossi. Non a caso, venerdi il tandem Putin-Medvedev non ha dimenticato di rivolgere i propri auguri ufficiali alla comunità islamica russa per la festa.




Cl.Ri.