Dopo il primo lancio sul blog, ecco una seconda clip estratta direttamente da Youtube. Ai lettori il commento.
Cl.Ri.
Cl.Ri.
MOSCA, 3 GENNAIO - Una chiesa ortodossa e' stata incendiata la scorsa notte nella regione a maggioranza musulmana dell'Inguscezia, che confina con la Cecenia, nel nord del turbolento Caucaso russo. Non ci sono vittime. L'attentato e' stato compiuto nella cittadina di Ordzhonikidze, dove un razzo rpg e stato sparato contro il tetto della chiesa.NUMERI PREOCCUPANTI...
Oltre 400 persone sono state vittime di aggressioni di matrice razzista in Russia nel 2010 e di queste 37 sono state uccise, riferisce ad Interfax il Centro Sova Diritti Umani. I numeri forniti da questa organizzazione che monitora i casi di xenofobia e razzismo confermano l'emergenza balzata alla ribalta delle cronache internazionali a metà dicembre, quando gruppi di ultranazionalisti hanno invaso la centralissima Piazza del Maneggio a Mosca e nella capitale è scoppiata un'ondata di disordini e attacchi su base etnica.
"Due persone sono state uccise e non meno di 68 sono rimaste ferite negli attacchi razzisti e neo-nazisti di dicembre", dettaglia una fonte del centro Sova, precisando che da Mosca le violenze si sono propagate poi in altre città, come Pietroburgo, Krasnodar, Nizhny Novgorod e Rostov-sul-Don. La capitale mantiene tuttavia il triste primato delle violenze su base etnica: 19 morti e 174 feriti nel 2010. Il bersaglio preferito dai gruppi radicali sono gli immigrati dall'Asia centrale e dal Caucaso, sottolinea l'organizzazione per i diritti fondamentali.
Cl.Ri.
Uno scenario preoccupante, dilagante, poco controllabile. Basti prendere in considerazione la reazione suscitata dai nazionalisti in risposta all'uccisione di un tifoso, russo, da parte di un caucasico. Scene e numeri da gueriglia urbana che non lasciano ben sperare, fanno solo temere un escalation negativa per il futuro. Una domanda sorge spontanea: tra quanti giorni dovremo registrare un nuovo, cruento episodio?16 DICEMBRE - ASIANEWS – Da quattro giorni Mosca vive un’escalation di violenza che vede protagonisti gli ultranazionalisti e xenofobi legati al tifo calcistico e gruppi organizzati di immigrati dal Caucaso. Ieri, in una maxiretata della polizia in occasione di una manifestazione annunciata dai tifosi, sono state arrestate circa 1300 persone, la maggior parte delle quali immigrati con cui gli estremisti avevano già iniziato a scontrarsi.
Il capo della polizia cittadina, Viktor Biryukov, ha fatto sapere che i suoi agenti hanno sequestrato coltelli, bastoni e altre armi da trauma. Intorno alla stazione di Kiev in cui si era radunata la manifestazione xenofoba e gli immigrati impegnati nella contro protesta, si sono concentrati oltre 3mila agenti in assetto antisommossa. “Caucasici a casa” e “La Russia per i russi” erano alcuni degli slogan esposti e urlati dai manifestanti.
A innescare la violenza è stata la morte di un tifoso dello Spartak, in una rissa con un caucasico, lo scorso 11 dicembre. Subito dopo l’uccisione del giovane tifoso sono iniziate a circolare in rete e sui media voci e segnalazioni per l’arrivo nella capitale di gruppi di caucasici pronti a rispondere alle provocazioni degli hooligan dello Spartak. Che a loro volta erano già scesi in strada urlando cori razzisti. La reazione dei “compagni” del ragazzo ucciso è stata infatti di stampo nazionalista, con una prima e violenta manifestazione sfociata nel fine settimana in una vera e propria guerriglia urbana sotto le mura del Cremlino e terminata con un bilancio di oltre 30 fer
iti e una settantina di “fermi”. Da allora Mosca vive praticamente uno stato di assedio, col centro chiuso e pattugliato da polizia in tenuta antisommossa, pronta a intervenire in caso di nuovi episodi.
Il livello di allerta ha portato alla mobilitazione anche gli esponenti della comunità religiose. Il capo del consiglio dei mufti Ravil Gainutdin ha messo in guardia sul rischio di una deriva “anti-caucasica e anti-islamica della società russa”. “La Russia non diventi un’arena di una strage tra le etnie”. E ha invitato “la gioventù, prima di tutte quella mussulmana, a non rispondere alle provocazioni. Non uscite da casa” è stato il suo appello.
Anche la Chiesa russo-ortodssa ha preso posizione sulla “situazione preoccupate” dei rapporti interetnici. Il capo del Dipartimento per i rapporti tra Chiesa e società del Patriarcato di Mosca, l’arciprete Vsevolod Chaplin, ha chiesto alle autorità di espatriare gli immigrati responsabili e alla popolazione locale ha chiesto di dialogare sulla base di comune regole di compritamento.
16 DICEMBRE – APCOM - Un commando di killer ha ucciso ieri sera a Nachik il muftì islamico della repubblica di Kabardino-Balkaria, Anas Pshikhachev. Un assassinio che gli inquirenti hanno immediatamente attribuito ad ambienti radicali islamici e che arriva sullo sfondo di tensioni senza precedenti, a Mosca, tra immigrati di origine caucasica e nazionalisti. Il leader religioso, a capo della Commissione islamica della repubblica russa nel Caucaso settentrionale, aveva espresso critiche nei confronti dell'Islam più radicale, ricordate oggi anche dal presidente russo Dmitri Medvedev. Lo scrive l'agenzia di stampa Interfax.
L'assassinio è av
venuto a Nalchik, il capoluogo della Balkaria, nella serata di ieri. Due uomini hanno chiesto al presidente della Commissione islamica di venire fuori dalla sua casa, secondo quanto ha riferito il Comitato investigativo, e hanno sparato almeno quattro colpi di pistola. Il religioso quarantasettenne è rimasto ferito, per poi morire a causa delle ferite riportate.
Il presidente russo Dmitri Medvedev ha definito il muftì "una prominente figura religiosa di autorità indubitabile che s'è apertamente opposta all'estremismo", secondo quanto ha riferito la portavoce del Cremlino Natalya Timakova. "Continueremo - ha aggiunto Medvedev - a sostenere i musulmani in Kabardino-Balkaria e io sono certo che gli assassini verranno puniti".
6 DICEMBRE - ANSA - Otto persone, tra cui un bambino di 9 anni, sono rimaste uccise in un'operazione anti terrorismo nella provincia del Daghestan, vicino a Chechnya. Lo rende noto un portavoce del ministero degli Interni della repubblica del Caucaso del nord. Nel blitz sono rimasti uccisi sei sospetti militanti islamici e uno dei poliziotti impegnati nell'operazione mentre il bambino e' stato colpito accidentalmente da una pallottola nel corso dello scontro a fuoco. Ferito anche un pompiere.
Seta Nera non è solo un libro. E’ un viaggio fisico e mentale in una zona del pianeta remota, non tanto per una mera questione di distanza, ma per cultura, tradizione, storia. Partendo dal Belgio, si giunge sino a Baku, in Azerbaigian, terra che serba nel proprio sottosuolo immense ricchezze petrolifere, scenario di lotte di potere politico, corrotto, malsano, nepotistico nascoste da una facciata, non troppo curata, di perbenismo che vuole mostrare un cambiamento rispetto al passato sovietico, ma che in realtà ne conserva, fin troppo, gli aspetti preponderanti.
Nulla è cambiato, i metodi repressivi del KGB, gli omicidi, lo spionaggio, la guerriglia civile interna, i dissapori con i paesi confinanti, le diatribe tra Stati asiatici dovute al possesso dei territori e, sullo sfondo gli interessi dell’Occidente a sfruttare le risorse della zona, l’oro nero, da sempre ambito dall’Europa e, soprattutto dagli Stati Uniti.
Un racconto avvincente, moderno, chiaro che appassiona per la scrittura semplice, efficace, per i suoi personaggi che danno forza e coerenza al libro. Juan, giovane ingegnere spagnolo, trasferito nel Caucaso per lavoro, viene catturato dalle atmosfere azere che calamitano ogni fibra del suo essere verso un popolo eterogeneo, composto da volti e colori diversi, generato da quel caleidoscopio di razze che era l’Urss.
La Cecenia, il Nagorno-Karabakh, encalve armena in Azerbaigian, Mosca, Baku, l’Armenia, il Kazakistan, l’intero Caucaso è nelle pagine di “Seta Nera”, tramite piccoli dettagli come la sua tipica cucina, la vodka, la descrizione dei luoghi e la complessità della sua geografia politica post-sovietica.
Questa è una storia di spionaggio internazionale, ma anche di viaggio, d’amore e di guerra fredda. E’ quasi come se ogni paese del Caucaso, non fosse solo l’ambientazione, ma un altro protagonista che racconta di sé, si presenta per confermare al lettore la propria esistenza.
Cl.Ri
Situata nella Russia meridionale, sulle coste del Mar Nero, sorge la città di Sochi, sconosciuta ai più se non fosse per il fatto che nel 2014 ospiterà la prossima edizione dei giochi olimpici invernali. In realtà questo esteso centro abitato di 330 mila anime, menzionato già nei documenti della Grecia Antica, ha molto altro da raccontare. Anzitutto è da sempre un centro di villeggiatura, in virtù del microclima piacevole di cui gode. La presenza del mare, la bassa latitudine, e la barriera offerta dalle montagne del Caucaso contro le correnti fredde del nord hanno determinato condizioni sub-tropicali, con inverni mi
ti rispetto alla media del bacino - il Kraj di Krasnodar - in cui si colloca. Come ben illustra il video qui sopra, la vegetazione si presenta lussureggiante, con palme a profusione, piante mediterraneee, addirittura bananeti. Sembra di trovarsi a Miami, ma basta guardare poco più in alto per trovarsi di fronte vette che salgono fino a oltre 4mila metri, fitte foreste di conifere, impianti di risalita e stazioni sciistiche. Un contrasto decisamente singolare.
Le popolazioni Adighe-Circassi, gli originari abitanti di Sochi, la considerano come la loro capitale, usurpata da un governo russo ritenuto responsabile del genocidio che nella seconda metà dell'800 determinò il saccheggio della terra patria, portò morte (per 1 milione e mezzo di persone) e deportazioni. Oggi i discendenti di quelle famiglie, sparsi ai quattro angoli del mondo, chiedono giustizia, chiedono che Sochi venga restituita ai legitti
mi proprietari. Da qui la strenua opposizione all'organizzazione delle Olimpiadi, con manifestazioni in piazza e proteste. Episodi di tensione che potrebbero farsi anche più incisivi man mano che procederà l'avvicinamento all'evento.
Nonostante sia tra le più ricche località balneari sul Mar Nero, nonché la più ambita dei russi, la città pecca di strutture ricettive e servizi all'altezza della notorietà, e degli investimenti speculativi operati da parte di innumerevoli magnati di Mosca. Di contro, i turisti vengono trattati con il massimo riguardo, data la particolarità di un turismo occidentale di massa quasi assente, nonostante non manchino di certo i loghi di interesse.
Tra questi troviamo il caratteristico Sochi Water-Park, un bellissimo parco acquatico, il River Msympta, il fiume che attraversa la città, il Dendrary Botanical Garden, l'affascinante giardino botanico o le stupende cascate di Agura Falls. Per chi adora la neve c'è poi il centro sciistico di Krasnaya Polyana, dove è possibile fare sci, snowboard e heli-skiing oppure, per gli amanti della natura, è possibile godersi la tranquillità dell'imponente Riviera Park, il parco più grande della città.
Per rendere al meglio l'idea, spazio a un racconto di viaggio, tra i non molti per la verità che si possono trovare sul web. L'autore preferisco indicarlo come anonimo, diciamo che potrebbe essere un turista qualunque:
Le località di mare russe si contano sulle dita di una mano.
La principale, sul Mar Nero, si chiama Sochi, nella regione di Krasnodar, caratterizzata per il sorprendente clima sub-tropicale.
Non è ancora attrezzata per ospitare il turismo come lo concepiamo noi. Tant'è che i turisti italiani non sono tanti, vuoi per la questione del visto, vuoi per la difficoltà con la lingua, vuoi perchè prima di andare a Sochi, si preferisce puntare su altre località più "facili". E' un luogo di vacanza per russi e qualche turista tedesco o polacco.
Per il resto, le attrazioni sono bene o male quelle di tutte le località di mare, bar disco etc. sul lungo mare nella zona "zentre" oppure nel parco divertimenti "Riviera".
La spiaggia è di sassi; generalmente non si spende un rublo, tranne che se si vuole noleggiare un lettino. Il mar Nero tutto sommato non è malaccio. Il panorama e la natura sono molto belli, poichè a pochi km c'è la catena montuosa del Caucaso e Sochi, così, è al tempo stesso località balneare e località sciistica. La costa di Sochi è estesissima, arriva fino al confine con la Georgia (Gruzijà), più precisamente con la regione Abkhazia, nota per la guerra d'indipendenza dalla Georgia del 2008 patrocinata dalla Russia, ma non riconosciuta da nessun'altra nazione. Ma questa è un'altra storia.
Generalmente non è pericoloso, la polizia è sempre presente ed il retaggio proveniente dalla CCCP dell'ordine è ancora radicato, ma conviene non farsi notare troppo, soprattutto se non si conosce la lingua ed il loro modo di ragionare.
Cl.Ri.
Dopo il Daghestan, dopo l'Inguscezia, dopo la Kabardino-Balkaria, anche la Cecenia del plenipotenziario Kadyrov si ascrive all'elenco delle aree tumultuose, agitate da una guerriglia anti-governativa prodotto di un malcontento dilagante, alimentato come un fuoco dal fondamentalismo islamico.
L'escalation di sangue e tensioni dimostra come la gestione, e le misure di controllo approntate dal Cremlino al momento non stanno producendo i risultati attesi.
Di seguito propongo un'interessante articolo, che presenta una cronaca dei fatti e propone un punto di vista su quanto accaduto nella città caucasica.
Fonte: Terra
Autore: Annalena Di Giovanni
"Dopo l’uccisione di due addetti alla sicurezza, alcuni attentatori si sono introdotti nella Camera a Grozny. Immediato l’intervento delle forze dell’ordine, così l’Aula ha svolto le sue normali attività.
Almeno sei morti, fra i quali forse due poliziotti, e quattro fra i miliziani, oltre ad almeno 17 feriti; è il bilancio dell’attentato di ieri a Grozny, in Cecenia, occorso alle otto di mattina nella sede del Parlamento ceceno, sgominato all’istante, giusto in tempo per convocare comunque la seduta per il voto sul bilancio. Un blitz, insomma, dai contorni quantomeno oscuri. A cominciare dalla dinamica e dal numero delle vittime, che le agenzie russe hanno continuato ad aggiornare e smentire fino a sera. Secondo la versione ufficiale, ieri, poco dopo l’alba un veicolo di kamikaze si sarebbe introdotto entro il perimetro del Parlamento. E fin qui, la versione certa. 
Cl.Ri.
Il libro in questione si intitola Cecenia - Atto III, resoconto dei giorni trascorsi tra la repubblica caucasica e Mosca da Jonathan Littel, scrittore statunitense naturalizzato francese salito agli onori delle cronache con il fortunato Le benevole, originale affresco della Seconda Guerra Mondiale e in particolare del fronte orientale.
Il perché è complicato da spiegare e da raccontare in poche righe, ma forse basta elencare alcune specificità.
La prima è che gli osseti non sono mai stati “georgiani”.
La seconda è che parlano una lingua che non ha nessuna parentela con il georgiano (ed è questa una discreta prova che provengono da un’altra storia, alla quale non vogliono rinunciare, avendone pieno diritto).La terza è che sono stati divisi in due parti, gli osseti, da una storia crudele e più forte di loro: la parte più grande è rimasta dentro i confini della attuale Federazione Russa, è una repubblica autonoma, con capitale Vladikavkaz, e sta a nord della imponente catena montuosa del Caucaso. La parte più piccola è invece a sud del Caucaso, con una popolazione di circa 70 mila persone, esseri viventi all’incirca uguali a noi (anche se facciamo finta di non saperlo). Fino a che i due pezzi fecero parte di un unico Stato, l’Unione Sovietica, la divisione fu meno dolorosa e i piccoli “sudisti” si sentirono relativamente protetti dal Grande Fratello ortodosso. I guai riesplosero con la fine dell’Urss.
Chiesero, ma non ottennero, la autonomia da una Georgia che si dichiarava ora “democratica”, cioè non più socialista, ma che si proponeva ancora una volta di liquidarli. Subirono tre massacri, l’ultimo dei quali nella “guerra dei tre giorni” scatenata contro di loro la notte tra il 7 e l’8 agosto del 2008 dal “democratico” presidente della Georgia, con l’aiuto dell’allora presidente, anche lui molto democratico, dell’Ucraina.
La Russia di Medvedev e Putin, che molto democratici (secondo i nostri metri) non sono, intervenne in forze e, sconfitta la Georgia, riconobbe la Repubblica dell’Ossetia del Sud come sovrana e indipendente e mise la sue armata a presidio di un tale riconoscimento. Che, allo stato dei fatti elenca solo quattro paesi: Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru (chi vuole saperne di più vada a vedere dalle parti della Nuova Zelanda).
Ma non ha molta importanza, perchè nessuno è ora in condizione di cambiare il mazzo di carte.
Il problema è che Europa e Usa, e con loro tutto l’Occidente, non riconoscono l’esistenza dell’Ossetia del Sud, nè quella, parallela e contemporanea, dell’Abkhazia, altra regione che non ne vuole più sapere della Georgia. Entrambi pezzi non dell’ambizione russa, ma della stupidità sesquipedale dei leader georgiani. Perché?
Ufficialmente per il principio della intangibilità delle frontiere, sancito dalle Nazioni Unite. In realtà perché gli Usa vogliono includere la Georgia nella Nato, estendendo a sud l’accerchiamento della Russia, che perseguono dal momento della caduta dell’Urss.
L’Europa, come al solito, segue fedelmente. Gli altri, variamente ricattati, fanno altrettanto. Eppure c’è un altro principio che sarebbe utile non dimenticare, anche quando la Realpolitik impone di seguire il dettato dell’Impero: quello dell’autodeterminazione dei popoli.
Chi non ha la memoria troppo corta si ricorderà che fu proprio questo principio che venne invocato, pochi mesi prima della guerra contro l’Ossetia del Sud, da tutti i paesi occidentali che avevano una gran fretta di riconoscere la indipendenza del Kosovo dalla Serbia.
Ora a me pare - cosa che proposi ripetutamente mentre ero parlamentare europeo - che sarebbe sufficiente mandare una delegazione di parlamentari a Tzkhinval, e lasciarcela per una settimana, libera di gironzolare per il paese e di parlare con i passanti. Capirebbero in un baleno che nessuno, proprio nessuno, vuole tornare sotto il governo di Tbilisi. E chiunque al loro posto farebbe altrettanto, perché è difficile amare chi ti ammazza. Se questa visita fosse stata fatta prima, per esempio nella primavera del 2008, quasi mille civili di Tzkhinval, non meno di 400 soldati georgiani, circa 90 soldati russi, un numero imprecisato di giovani combattenti osseti, sarebbero ancora vivi.
Perché ho raccontato questa storia nin questa rubrica? Perché considero assai miserabile la “distrazione” europea, quella dei nostri media e dei nostri politici, di destra e di sinistra. Portano tutti una quota di responsabilità non solo per il massacro, ma anche per il protrarsi di una ingiustizia inaccettabile. Credono di essere realisti, in realtà sono cinici.
Non solo per Tzkhinval (che è solo apparentemente molto lontano da noi), ma per tutto ciò che concerne la nostra vita.
E ai movimenti che si battono per un mondo migliore in casa nostra vorrei chiedere: ma come potete sperare di ottenere qualche cosa, non importa in quale campo, se tollerate in silenzio che un piccolo popolo, per esempio, subisca la violenza del più forte?
Per visualizzare un'interessante galleria fotografica sulla guerra di Ossezia del 2008, clicca qui.
Cl.Ri.